Questo servizio ha bisogno di una doverosa premessa.
Sono giorni che lavoro a quello che dapprima doveva essere un articolo come gli altri, ma che naturalmente si è evoluto in qualcosa che ha un respiro ben più ampio. Lo è già dall'argomento: non necessariamente incentrato su un prodotto tipico del Varesotto, di cui questo sito normalmente si occupa, ma se vogliamo questa volta su una materia che si colloca all'interno di un più vasto territorio, la Regio Insubrica, di cui Varese fa parte da millenni, così come Novara, che infatti è il cuore del nostro discorso.
Il mio sito normalmente conta un centinaio di visite al giorno, che considerando il taglio "nostrano" che ho voluto dargli, e il fatto che sia un esperimento nato da pochissimi mesi, mi paiono più che soddisfacenti.
Nel caso specifico dell'argomento che sto per trattare, però, avrei voluto dargli una visibilità più elevata, non tanto per me ma quanto perché la merita il lavoro delle persone che sto per presentarvi: un lavoro che veicola la tradizione alimentare del riso nella sua dimensione più autentica. In essa affonda le radici da almeno cinquecento anni la storia del popolo padano, che vi è coinvolto anima e corpo.
Contemporaneamente, però, vi si staglia anche tutta la vicenda alimentare dell'Italia intera dallo stesso periodo. In quale tradizione alimentare non troviamo un piatto di riso? Dalla tiella barese, agli arancini siciliani che variano il colore a seconda della zona in cui sono fatti, alla paniscia vercellese, a quella novarese, al risotto alla milanese o a quello col persico del varesotto e del comasco o ancora al mio risott cun la luganega, ai risi e bisi veneti, alle torte di riso liguri... Tutta la Penisola parla di riso e per decenni lo ha fatto identificandolo con un solo nome: il Maratelli.
E' questa la ragione per cui questo servizio verrà proposto, con le modifiche che riterremo più opportune, anche su altri "canali" che avrò modo di specificarvi man mano.
Un ringraziamento di cuore va a tutta la famiglia Francese per la gentile ospitalità che ci ha riservato e un abbraccio particolare ad Isabella che mi ha pazientemente ascoltato in lunghe telefonate e scambi di mail e ha riletto con cura le bozze del servizio; con lei, mamma di tre figli, sono entrata immediatamente in sintonia. Alla faccia di chi dice che le donne con tanti figli dovrebbero stare a casa a fare la calza!
In ultimo, vorrei precisare che non ho scelto a caso la data di pubblicazione del servizio, come leggerete al termine di queste pagine: coincide infatti con l'entrata in vigore del Motu Proprio di Sua Santità Papa Benedetto XVI.
Grazie a tutti e buona lettura.
A) La scoperta e l’indagine di mercato
Era da anni che rincorrevo il sogno di vedere da vicino la culla del Maratelli, il riso che ho sempre visto usare da mia madre. Lei mi racconta a sua volta di averlo sempre visto come unico riso presente in casa sua: la mia nonna, che era milanese e di mestiere faceva la cuoca, ci faceva dei risotti spettacolari. E’ un sogno che quindi insegue nostalgicamente tre generazioni, e nel contempo nasce dal desiderio di riproporre le cose più buone della mia infanzia ai miei bambini.
Rincorrevo l’origine del Maratelli, questo riso misterioso di cui si erano perse le tracce sul mercato da una ventina d’anni, già nel 2004, anno in cui ebbi la fortuna di intervistare il dott. Giovanni Vignola di Balzola: ovvero colui che qualche anno prima aveva lanciato il Nuovo Maratelli incrociando il risone del Maratelli, appunto, con un nuovo seme grazie alla perizia dei ricercatori della Lugana Sementi, ridando una nuova vita al “mio” riso perduto. Si trattava di un restyling di un vecchio riso, come sottolinea l’aggettivo imposto alla denominazione originaria, che gli ridava nuova vita fortificandolo e adattandolo alle esigenze di una coltura estensiva potenziandone nel senso della resa le caratteristiche strutturali originarie.Un novus ordo del Maratelli, insomma, se vogliamo.
Da quell’intervista, anzi dallo speciale che ne ricavai in ben quattro puntate ebbi la sensazione che la mia ricerca era solo agli inizi. E come capirete fra poco, non avevo torto.
Per puro caso, un paio di anni fa, sotto Natale, a mio marito che era entrato sotto mia richiesta alla CO.PA.C di Varese per acquistarmi qualche farina particolare, capitò sotto il naso una serie di confezioni di riso che recavano proprio il fatidico nome: Maratelli. Quando me le portò a casa trionfante rimasi folgorata e capii in un istante che mi si stava riaprendo un mondo perduto.
E' passato del tempo da allora: un lungo periodo di osservazione silenziosa, nel quale ho meditato su questo riso in vari ambienti culinari, ad esempio su internet, nei forum di cucina, sondando il terreno; l’ho portato, anzi spedito alla mia amica Rossanina di Coquinaria per il raduno di Rimini, dove sarebbe stata presentata una tavola dei risi; ne ho fatto dono in varie occasioni a parenti ed amici; l’ho consigliato a drogherie in apertura e ad altre consolidate; infine ne ho seguito le vicissitudini in alcuni punti vendita comprendendo nell’indagine anche il Nuovo Maratelli del Vignola, che per la prima volta in vita mia quest’estate ho trovato in vendita in alcuni supermercati piemontesi e lombardi.
L’indagine nei suoi esiti ha portato ad evidenziare un revival del consumo di Maratelli e Nuovo Maratelli presso alcune categorie di utenza che si collocano in media fra il cultore delle tradizioni culinarie ed il gourmet a caccia di prodotti di nicchia: nella prima categoria collocherei persone come mia madre o mia zia, che si sono commosse nel riceverlo in dono, o come mi suggerisce un’amica droghiera a Busto Arsizio, signore anziane che ritrovano il riso della loro giovinezza e tipico proprio di queste zone, e che lo chiamano spesso "Maratello" quasi ad identificarvi l'emblema stesso del riso; nella seconda, persone in cerca del prodotto di qualità e che magari pur non avendo mai conosciuto in maniera retrospettiva il Maratelli lo hanno acquistato dapprima per pura curiosità, lasciandosi consigliare e vi si sono fidelizzati per le sue ottime caratteristiche. Così oggi in diverse drogherie appare fra i prodotti di “culto”, pur recando, come scoprirete nel corso del servizio, la dicitura di "medio" per ragioni burocratiche.
Naturalmente non sono mancati scogli all’interno della mia ricerca. Ad esempio, i ristoratori – di vario livello: dall’osteria passando per la trattoria di paese al ristorante di tono - da me intervistati hanno spesso dichiarato di usare il Carnaroli per i propri risotti, anche se non sempre mi pareva vero; alla domanda sul perché non usassero il Maratelli mi hanno quasi sempre tutti sgranato gli occhi sorpresi di sentirlo nominare: e alcuni di loro con l’espressione di chi sa ma fa finta di non capire. Invece la signora Giovanna Galante, sempre bustocca, che ha ammesso di utilizzare per i risotti della sua Cascina del Lupo solo il Carnaroli, mi ha confidato che in casa il riso prediletto è il Nuovo Maratelli del Vignola, che trova nella grande distribuzione: perché a casa propria si aggirano le mode culinarie e il Maratelli è quel riso piccolo che la sua mamma e la sua nonna hanno sempre usato per il risotto. In mancanza di questo, usa il Padano. Ma Giovanna è un’amica di famiglia e quindi si è lasciata scappare con naturalezza la confidenza.
Un altro settore in cui ho trovato delle resistenze è stata a volte la piccola distribuzione, nel senso che al mio consiglio di fornirsi di Maratelli alcuni droghieri anziani mi hanno risposto che non nutrivano molta fiducia in questo riso ma soprattutto che non sapevano nemmeno che fosse stato rimesso in produzione. Questo zoccolo duro, unito a quello delle ristorazione, ha le sue motivazioni: se avrete la bontà di seguire passo passo queste pagine presto capirete il nocciolo della questione.
B) L’intervista ad Eusebio Francese della Cascina Canta
Il passo successivo all’indagine è stata l’intervista al signor Eusebio Francese, il produttore del Maratelli che appunto trovavo in vendita alla CO.PA.C. : intervista che ho realizzato la mattina di lunedì 3 settembre portando con me tutta la mia famiglia, dal momento che consideravo il sopralluogo alla riseria una specie di visita d’istruzione anche per i bambini. L’esperimento ovviamente è riuscito e i bambini, un po’ impazienti durante l’intervista, sono invece stati felicissimi di vedere con i loro occhi come si coltiva il riso, e le ranocchie che ci saltellavano dentro.
Preso contatto con Isabella, una delle due figlie del risicoltore che assieme a lui mandano avanti la Cascina Canta di Gionzana, una frazione di Novara – dalla risaia si scorge il cupolone del Duomo - siamo arrivati in mattinata a destinazione. Siamo subito stati accolti con entusiasmo sia da Isabella sia dal signor Eusebio e dalla moglie, la signora Bianca, che del riso del marito è a giudizio unanime la miglior interprete.
Il signor Eusebio mi ha subito condotto insieme ad Enrico, il mio figlio maggiore, di sei anni, all’interno della riseria, dapprima mostrandomi il punto vendita, una vecchia scuderia, e spiegandomi nel contempo che l’insacchettamento del riso che abbiamo visto esposto, e degli altri cereali che produce l’azienda, avviene per ora in maniera ancora manuale, in atmosfera protettiva o sottovuoto (il primo a lanciare l’insacchettamento sottovuoto del riso fu proprio Giovanni Vignola nei primissimi anni Ottanta).

La Cascina Canta ha origini molto antiche: è dal tardo Quattrocento, ossia proprio dall’arrivo in Italia del riso, che se ne hanno notizie nella documentazione, e fino quasi ai giorni nostri è stata teatro della monocoltura risicola. Acquistata negli anni Sessanta dal signor Eusebio, la monocoltura a riso è perdurata sino al 1976, anno in cui si è deciso di procedere dapprima all’avvicendamento delle colture e infine, dall’80, alla rotazione. Oggi vi si coltivano ben 6 varietà di riso: oltre al Maratelli, che da solo ricopre un quinto circa della messa a coltura, i Francese producono Carnaroli, Vialone Nano, Baldo, Nembo (una varietà del Loto) e Rosso Sant’Eusebio, una varietà che merita molta attenzione perché nasce spontaneamente qualche anno fa da una mutazione del Loto del signor Eusebio ed è assolutamente speciale, essendo assai ricca in antociani e ferro. Io l’ho provata nella varietà semilavorata: rilascia un’acqua davvero rossa ed ha una fragranza particolarissima, direi legnosa ma anche di erbe di campo: da accostare semplicemente bollito a pesce di fiume, o ad una frittura di campo. Un riso del tutto padano che non ha proprio nulla da invidiare al suo parente più noto, il rosso della Camargue. Veramente una rivelazione.
La Cascina Canta ha origini molto antiche: è dal tardo Quattrocento, ossia proprio dall’arrivo in Italia del riso, che se ne hanno notizie nella documentazione, e fino quasi ai giorni nostri è stata teatro della monocoltura risicola. Acquistata negli anni Sessanta dal signor Eusebio, la monocoltura a riso è perdurata sino al 1976, anno in cui si è deciso di procedere dapprima all’avvicendamento delle colture e infine, dall’80, alla rotazione. Oggi vi si coltivano ben 6 varietà di riso: oltre al Maratelli, che da solo ricopre un quinto circa della messa a coltura, i Francese producono Carnaroli, Vialone Nano, Baldo, Nembo (una varietà del Loto) e Rosso Sant’Eusebio, una varietà che merita molta attenzione perché nasce spontaneamente qualche anno fa da una mutazione del Loto del signor Eusebio ed è assolutamente speciale, essendo assai ricca in antociani e ferro. Io l’ho provata nella varietà semilavorata: rilascia un’acqua davvero rossa ed ha una fragranza particolarissima, direi legnosa ma anche di erbe di campo: da accostare semplicemente bollito a pesce di fiume, o ad una frittura di campo. Un riso del tutto padano che non ha proprio nulla da invidiare al suo parente più noto, il rosso della Camargue. Veramente una rivelazione.
Tornando alla riseria, Eusebio mi ha mostrato tutti i macchinari indugiando con nostalgia sulle attrezzature di un tempo: la prima riseria, che risale al 1980, era dotata di una sbiancatrice cinese.
Entrando invece nella riseria nuova, ci imbattiamo in primis in un macchinario chiamato taràra: qui esordisce la lavorazione del risone, ossia il riso grezzo, così come viene raccolto dalla risaia. Si tratta di una prima pulitrice dotata di calamita che elimina le impurità, compresi i materiali ferrosi.
In un secondo locale sono disposti tutti gli altri macchinari. Si inizia con la sbramatura, ossia la separazione del risone dalla lolla, l’involucro esteriore del seme o cariosside: quest’operazione avviene in un primo bramino a rulli (nella foto, il macchinario rosso), dopodiché il risone decorticato passa in una ventilatrice che aspira la lolla. Il riso decorticato scende poi in un ulteriore macchinario separatore chiamato paddy, che ha la funzione di eliminare del tutto il risone rimasto avvolto nella lolla: l’inclinazione dell’attrezzo ha un punto ideale per cui il riso svestito scende verso il basso mentre quello con la lolla sale e torna indietro. I granoni non decorticati non rifanno però lo stesso percorso ma vanno subito ad un secondo bramino che poi immette direttamente i risoni decorticati nel paddy per una seconda volta.

Il risone va a finire quindi in due separatori a bonarda, due cilindri a fessure calibrate da cui escono definitivamente le impurità residue: i grani immaturi e verdi, la polvere e qualsiasi altro genere di scarto. Dalle bonarde esce il cosiddetto riso integrale o bramato o semigrezzo.
E’ arrivato il momento delle sbiancatrici, tre macchinari composti ciascuno da un cono di pietra graduato: nella prima si ottiene il riso semilavorato, mentre nelle altre due si completa il processo denominato sbiancatura. La brillatura in Cascina è un processo che non viene fatto e questo fatto è la riprova della genuinità del prodotto finito.
Dopo l’ultima sbiancatura, il riso passa in un setaccio detto plansister, dopodiché giunge in tre separatori. Il primo di essi è a rulli (bonarda); il secondo, in zinco, è dotato di alveoli calibrati che rilasciano l’ultimo scarto, e da esso esce il riso semilavorato; nel terzo si ultima il processo di sbiancatura e il prodotto che se ne ricava è il riso bianco, pronto per essere confezionato. Terminerà il suo lungo percorso nella parte della riseria riservata allo stoccaggio, dove fra i macchinari spiccano un refrigeratore e un deumidificatore per cereali.
C) L’intervista al dottor Augusto Maratelli
1)Le origini del riso Maratelli
Terminato il bellissimo giro in riseria, mi aspetta una sorpresa: arriva un signore baffuto di mezza età, sorridente, che dopo aver abbracciato il signor Eusebio mi si presenta come Augusto Maratelli.
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Non ci posso credere: proprio l’ultimo discendente di Mario Maratelli, colui che diede nome all’omonimo riso! Ha saputo dell’intervista da Isabella, la figlia del signor Francese, e incuriosito ha voluto partecipare alla chiacchierata con il suo amico Eusebio. Devo essere sincera: mi sono commossa davanti a questi due signori che mi avevano fatto una gentilezza così grande.
Come ulteriore dono dal dottor Maratelli, ovviamente agronomo, ricevo il suo libro “Maratelli un Uomo, un Riso” dove Augusto ripercorre la vita del nonno Mario, colui che scoprì casualmente la pannocchia del riso che porta il suo nome. Un libro da leggere tutto d’un fiato.
Non ci posso credere: proprio l’ultimo discendente di Mario Maratelli, colui che diede nome all’omonimo riso! Ha saputo dell’intervista da Isabella, la figlia del signor Francese, e incuriosito ha voluto partecipare alla chiacchierata con il suo amico Eusebio. Devo essere sincera: mi sono commossa davanti a questi due signori che mi avevano fatto una gentilezza così grande.
Come ulteriore dono dal dottor Maratelli, ovviamente agronomo, ricevo il suo libro “Maratelli un Uomo, un Riso” dove Augusto ripercorre la vita del nonno Mario, colui che scoprì casualmente la pannocchia del riso che porta il suo nome. Un libro da leggere tutto d’un fiato.

Mario Maratelli nacque nel 1879 da genitori ignoti. Il nome gli fu imposto dall’ospizio al quale fu affidato per i primissimi giorni di lingua: un nome quindi di fantasia, “come uno scioglilingua” rimarca il nipote Augusto: un nome che diventerà famosissimo, l’emblema stesso del riso per decenni. Ebbe diversi genitori adottivi che purtroppo morirono precocemente e fu infine accolto nella propria famiglia da uno zio agricoltore che risiedeva ad Asigliano, nella Bassa Vercellese, dal quale eredita diversi terreni sui quali si cimenta nella coltivazione del riso, la coltura predominante del territorio. Si crea una sua propria famiglia sposando Maria Brusa e si circonda di tanti amici che lo aiutano nel suo lavoro di risicoltore, che in quegli anni si affida a tecniche totalmente manuali.
Un giorno di fine agosto del 1914, mente in una sua risaia di Asigliano stava mondando il riso ormai prossimo alla maturazione dalle piante infestanti, Mario Maratelli scopre un gruppo di pannocchie più alto delle altre. Lo lascia dove sta e scopre che appunto la maturazione di queste piante è precoce rispetto alla varietà che stava coltivando, cioè l’Originario o Chinese originario. Decide quindi di tenere le sementi per l’anno venturo e di anno in anno aumenta il terreno riservato a questa nuova pianta di riso, affidando le cure al suocero durante il servizio militare prestato in guerra. Il nuovo riso, ormai coltivato a pieno campo, si mostra unico nel suo genere: essendo un “ibrido naturale stabile”, le sue caratteristiche rimangono costanti e le nuove piante sono identiche alle madri. Nel 1921 questo riso viene registrato come MARATELLI nel Registro Nazionale delle Varietà e Mario Maratelli inizia la grande avventura che porta il suo nome, spostandosi con la sua famiglia a San Germano Vercellese dove lascia che portino avanti il suo lavoro i suoi due figli, Francesco e Giovanni. Alla Cascina Valasse il Maratelli attecchisce bene e dà splendidi risultati. Nel’53 mario viene insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica Italiana per le benemerenze acquisite in campo agricolo. Muore due anni più tardi e riposa ad Asigliano.
Intanto il riso Maratelli si impone come la varietà più largamente coltivata ed anche apprezzata dai consumatori: fino agli anni Settanta non c’era massaia che non lo identificasse come il riso per antonomasia e che non lo usasse per i suoi piatti, così come nella ristorazione altro non si cercava se non il riso Maratelli. Un riso nato per la panissa, mi spiega la signora Maria Francese: un riso da risotti, un semifino ma “ai limiti della categoria dei semifini”mi precisa Augusto: è infatti un chicco tondeggiante, piccolo rispetto ai semifini, ottimo nella tenuta della cottura, amidaceo quanto conviene ad un risotto eccellente, perfetto nel “minestrare” ingredienti tradizionali.
Tutto questo, che poi si ritrova anche nel libro edito dalla Grafica Santhiatese Editrice mi è stato raccontato per sommi capi dal dottor Augusto, seduti a tavolino con Maria ed Eusebio Francese e naturalmente Isabella, e per me che conoscevo già a grandi linee si è trattato tutto sommato di un ripasso utilissimo della situazione ante quo. Il problema è però cercare di capire che fine abbia fatto il Maratelli ad un certo punto della sua storia, ossia capire perché sia improvvisamente sparito dagli scaffali delle drogherie e dei supermercati e dalle tavole.
E qui comincia un nuovo capitolo della faccenda.
2) La “svalutazione” del Maratelli e il ritiro del marchio
Il dottor Augusto sotto mia precisa richiesta mi spiega per filo e per segno le motivazioni che hanno portato alla scomparsa del Maratelli. Negli anni Settanta tutti producevano questo riso ma siccome si stavano già da tempo imponendo nel settore risicolo tecniche di coltura non tradizionali, si era giunti ad un’incompatibilità con il prodotto originario. Il Maratelli, come si legge anche nel libro del dott. Augusto, è un riso nato in terreni “sottoposti a regolare rotazione (…), dotati di una normale fertilità e senza necessità di richiedere laute concimazioni, ma ricevendo una ridotta concimazione organica e un’idonea concimazione naturale, limitando però l’impiego di sostanze azotate”. Le condizioni ambientali ideali erano quelle ove era nato, e cioè “un costante livello idrico con le tipiche acque calde”. I limiti naturali del Maratelli erano così presto detti e in particolare bisognava rispettare la sua raccolta anticipata rispetto agli altri risi, verso la metà di settembre, quando il temibile fungo brusone non è ancora in agguato. Il problema è che per un tipo di rendita forte, a livelli industriali, cercando di adottare moderne tecniche agronomiche il Maratelli non era risultato all’altezza e così, per citare le parole stesse di Augusto, venne “maledetto” dagli stessi coltivatori che ne erano rimasti delusi. Da qui alla contraffazione il passo fu veramente breve. Pur di vendere, la gran parte dei produttori mise in commercio un riso che era Maratelli solo nel nome: d’altra parte la legislazione sul riso bianco allora vigente permetteva che fosse commercializzato del riso facente parte dello stesso gruppo del Maratelli (il semifino) e con dimensioni del chicco abbastanza simili, ma con caratteristiche completamente differenti nella resa. Nel 1982 gli eredi Maratelli misero la parola fine alla truffa cancellando la varietà che potava il nome avito dal Registro delle Varietà nazionali.
3) La nuova era del Maratelli: il prodotto di nicchia di Eusebio Francese e il Nuovo Maratelli di Giovanni Vignola
Verso la fine degli anni Settanta, a causa dello scarso rendimento del Maratelli con l’utilizzo di tecniche agronomiche industriali, la superficie coltivata a questa specifica varietà si era notevolmente ridotta e rimaneva affidata a pochissimi coltivatori, fra cui Eusebio Francese, che lo seguiva pazientemente da anni, rimanendo alla fine, dal 1978, praticamente l’unico in Italia a coltivarlo. Il problema di natura legale che non si riuscì ad arginare era che secondo il Decreto Ministeriale sulla denominazione dei risi italiani, una varietà non poteva essere iscritta nel Registro nazionale delle Varietà se la superficie coltivata a questa varietà non arrivava ad un minimo stabilito appunto per legge. Così Eusebio Francese continuò a coltivare il suo Maratelli con passione e nostalgia tenendone alimentata l’unica fiammella genuina dell’epoca, accettando umilmente di veder comparire la dicitura burocratica di "medio" sulle confezioni messe in vendita, e lo fa tuttora con l’aiuto delle figlie Isabella e Maddalena. A tutt’oggi i Francese producono circa 200, 300 quintali all’anno di questo riso che sulla confezione potrebbe recare la dicitura “Maratelli” ma che non lo fa dal momento che legalmente la cosa non è ancora consentita. Per la verità, per qualche anno, dopo l'esordio nel mercato del Nuovo Maratelli, le confezioni poterono circolare ancora con l'etichetta con stampigliato "Maratelli" ma da un paio di anni si è tornati a commercializzarlo come "medio" a causa dei veti restrittivi provenienti dall'alto.
E qui comincia un nuovo capitolo della faccenda.
2) La “svalutazione” del Maratelli e il ritiro del marchio
Il dottor Augusto sotto mia precisa richiesta mi spiega per filo e per segno le motivazioni che hanno portato alla scomparsa del Maratelli. Negli anni Settanta tutti producevano questo riso ma siccome si stavano già da tempo imponendo nel settore risicolo tecniche di coltura non tradizionali, si era giunti ad un’incompatibilità con il prodotto originario. Il Maratelli, come si legge anche nel libro del dott. Augusto, è un riso nato in terreni “sottoposti a regolare rotazione (…), dotati di una normale fertilità e senza necessità di richiedere laute concimazioni, ma ricevendo una ridotta concimazione organica e un’idonea concimazione naturale, limitando però l’impiego di sostanze azotate”. Le condizioni ambientali ideali erano quelle ove era nato, e cioè “un costante livello idrico con le tipiche acque calde”. I limiti naturali del Maratelli erano così presto detti e in particolare bisognava rispettare la sua raccolta anticipata rispetto agli altri risi, verso la metà di settembre, quando il temibile fungo brusone non è ancora in agguato. Il problema è che per un tipo di rendita forte, a livelli industriali, cercando di adottare moderne tecniche agronomiche il Maratelli non era risultato all’altezza e così, per citare le parole stesse di Augusto, venne “maledetto” dagli stessi coltivatori che ne erano rimasti delusi. Da qui alla contraffazione il passo fu veramente breve. Pur di vendere, la gran parte dei produttori mise in commercio un riso che era Maratelli solo nel nome: d’altra parte la legislazione sul riso bianco allora vigente permetteva che fosse commercializzato del riso facente parte dello stesso gruppo del Maratelli (il semifino) e con dimensioni del chicco abbastanza simili, ma con caratteristiche completamente differenti nella resa. Nel 1982 gli eredi Maratelli misero la parola fine alla truffa cancellando la varietà che potava il nome avito dal Registro delle Varietà nazionali.
3) La nuova era del Maratelli: il prodotto di nicchia di Eusebio Francese e il Nuovo Maratelli di Giovanni Vignola
Verso la fine degli anni Settanta, a causa dello scarso rendimento del Maratelli con l’utilizzo di tecniche agronomiche industriali, la superficie coltivata a questa specifica varietà si era notevolmente ridotta e rimaneva affidata a pochissimi coltivatori, fra cui Eusebio Francese, che lo seguiva pazientemente da anni, rimanendo alla fine, dal 1978, praticamente l’unico in Italia a coltivarlo. Il problema di natura legale che non si riuscì ad arginare era che secondo il Decreto Ministeriale sulla denominazione dei risi italiani, una varietà non poteva essere iscritta nel Registro nazionale delle Varietà se la superficie coltivata a questa varietà non arrivava ad un minimo stabilito appunto per legge. Così Eusebio Francese continuò a coltivare il suo Maratelli con passione e nostalgia tenendone alimentata l’unica fiammella genuina dell’epoca, accettando umilmente di veder comparire la dicitura burocratica di "medio" sulle confezioni messe in vendita, e lo fa tuttora con l’aiuto delle figlie Isabella e Maddalena. A tutt’oggi i Francese producono circa 200, 300 quintali all’anno di questo riso che sulla confezione potrebbe recare la dicitura “Maratelli” ma che non lo fa dal momento che legalmente la cosa non è ancora consentita. Per la verità, per qualche anno, dopo l'esordio nel mercato del Nuovo Maratelli, le confezioni poterono circolare ancora con l'etichetta con stampigliato "Maratelli" ma da un paio di anni si è tornati a commercializzarlo come "medio" a causa dei veti restrittivi provenienti dall'alto.
Come sanare questa ingiustizia, anzi quest’assurdità visto che il Maratelli dei Francese va letteralmente a ruba presso i suoi cultori che da anni vi sono affezionati riconoscendolo nonostante una dicitura diversa, e che crea ogni giorno sempre nuove leve di affezionati incoraggiati da venditori intelligenti? Si consideri poi anche che oggi, con un cospicuo gruppetto di agricultori nel resto etimologico del termine, il Maratelli avrebbe anche a disposizione ottime aziende su cui rinascere genuino come un tempo. Non mi pare, onestamente, poco.
Augusto Maratelli ammette sorridendo, con un velo di nostalgia, che sarebbe cosa gradita che si facesse giustizia dal punto di vista legale al lavoro silenzioso di quest’uomo che egli ammira moltissimo, come del resto di quello altrettanto glorioso del nonno Mario, non fosse altro che ha segnato un’epoca culinaria non solo in Italia ma in tutto il mondo. Già Giovanni Vignola con il suo Nuovo Maratelli è stato ammirevole nella sua operazione di recupero del Maratelli sotto una veste rinnovata, e il suo riso è molto apprezzato dal mio interlocutore che lo definisce praticamente identico al Maratelli originario dal punto di vista della resa gastronomica. “La Cascina Canta è però il vero sacrario del Maratelli”, mi confida Augusto. Senza la fatica personale un uomo come Eusebio il riso di mio nonno sarebbe davvero sparito.
Ci vorrebbe un motu proprio anche nella legislazione italiana dei risi, penso fra me e me. Non a caso ho deciso di metterci due settimane a scrivere il servizio: la sua uscita non sarà casuale. Bisogna rendere giustizia a coloro che si sacrificano in nome delle tradizioni, perché senza tradizione, senza storia non siamo nessuno. La storia del Maratelli, un riso straordinario che va coltivato con dedizione totale e cura, e che non tollera la superficialità delle tecniche odierne, che scompare legalmente ma che viene accudito quasi in segreto da un solo uomo, su pochi ettari di terreno, ricorda tanto quella dei primi cristiani che segretamente si riunivano nelle catacombe e che dovettero attendere l’editto di Costantino per potete rivedere la luce. Ci sarà un novello Costantino anche per il Maratelli? Un legislatore che riporterà alla portata di molti questo prodotto oggi considerato di nicchia?
Ci vorrebbe un motu proprio anche nella legislazione italiana dei risi, penso fra me e me. Non a caso ho deciso di metterci due settimane a scrivere il servizio: la sua uscita non sarà casuale. Bisogna rendere giustizia a coloro che si sacrificano in nome delle tradizioni, perché senza tradizione, senza storia non siamo nessuno. La storia del Maratelli, un riso straordinario che va coltivato con dedizione totale e cura, e che non tollera la superficialità delle tecniche odierne, che scompare legalmente ma che viene accudito quasi in segreto da un solo uomo, su pochi ettari di terreno, ricorda tanto quella dei primi cristiani che segretamente si riunivano nelle catacombe e che dovettero attendere l’editto di Costantino per potete rivedere la luce. Ci sarà un novello Costantino anche per il Maratelli? Un legislatore che riporterà alla portata di molti questo prodotto oggi considerato di nicchia?
Lo sapete che questo prodotto nemmeno può più avvalersi della definizione di biologico per l'eccessiva burocratizzazione della certificazione del biologico? Isabella è furente contro un apparato burocratico farraginoso, che dà più importanza ai cartellini che ai controlli tecnici ed agronomici sul campo. Mi racconta che l'organismo certificatore cui anni fa si riferivano non è più nemmeno andato a controllare la loro risaia: mancano supporti agronomici e controlli tecnici dagli enti certificatori, mentre la concessione del biologico si fa sulla base di un infinito numero di scartoffie e di cartellini. E' un argomento che vale la pena di approfondire e sicuramente lo si farà a tempo debito in una nuova occasione. Oggi valga per tutte la considerazione che i Francese hanno abbandonato per sfinimento la rincorsa burocratica del biologico da più di un anno.
Confidiamo insomma nella saggezza dei nostri legislatori, e se non saranno proprio questi, almeno nei prossimi. Del resto, così come abbiamo la fortuna di avere un papa luminoso – luminoso, non illuminato, che è un’altra cosa –come Benedetto, che ha riportato dal 14 di settembre in tutte le Chiese il Messale antico, sono estremamente fiduciosa sul fatto che prima o poi casi eclatanti come quello del Maratelli siano risolti a livello di normativa nazionale. Io nel mio piccolo cercherò di far conoscere le vicissitudini del Maratelli, e di promuoverlo, attraverso tutti i canali che mi saranno possibili. Certo, questo mio sito è davvero piccola cosa, ma chissà mai che chi ha orecchie per intendere non si imbatta, per caso o anche guidato, in queste pagine, rendendosi conto che gli ostacoli burocratici sono dei macigni che soffocano la vitalità in primis culturale di una Nazione intera.
D) Scatti dalla Cascina Canta
Quest’ultima sezione del servizio vuol essere semplicemente un omaggio al lavoro di Eusebio.
Ecco alcuni scatti delle sue coltivazioni: una spiga di Maratelli nelle dita di Eusebio, il Maratelli nella risaia, un campo di miglio. A salutarci nel giro per le risaie, tante piccole ranocchie saltellanti nei canali, che hanno divertito i bambini. La cascina è un fondo chiuso circondato da quattro rogge: la Crosa, il Cavo Piatti e la Roggia Biraga, che nasce in Lomellina.
Ecco alcuni scatti delle sue coltivazioni: una spiga di Maratelli nelle dita di Eusebio, il Maratelli nella risaia, un campo di miglio. A salutarci nel giro per le risaie, tante piccole ranocchie saltellanti nei canali, che hanno divertito i bambini. La cascina è un fondo chiuso circondato da quattro rogge: la Crosa, il Cavo Piatti e la Roggia Biraga, che nasce in Lomellina.











4 commenti:
Erano anni che cercavo invano il Maratelli: grazie, con il tuo articolo mi hai riaperto un mondo ;)
Se penso ai risotti della mia nonna li associo tutti a questo nome "Maratelli": per lei il riso era solo quello. Anch'io a un certo punto non l'ho più sentito nè trovato in commercio e mi sono convertita a vari Carnaroli. Grazie Laura per il tuo articolo davvero interessante. Adesso, viste le zone che bazzico, mi metterò senz'altro alla ricerca dei preziosi "chicchi" e chissà che il primo risotto che farò per "qualcuno" quando tornerà a casa non sarà proprio con quelli!
hai fatto felice mio marito che da anni sostiene che il vero riso per risotti è il maratelli,mentre io in alternativa da anni uso il carnaroli,mi ha fatto piacere conoscere la storia,grazie
maria grazia
La cupola che si vede non è quella del duomo, ma quella di san Gaudenzio
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